Opere

Dinamica del Futurismo

La grande macchina del futurismo, finita la Grande Guerra, riprende a filare, seppur priva di quello sfacciato fervore che caratterizzò gli esordi.

Gli anni venti, caratterizzati dalla conferma della preminenza creativa di Balla e Depero, assieme all’astro nascente Prampolini, vedono l’affermazione della cosiddetta Arte Meccanica.

Meccanismi rumorosi e ingranaggi tornano al centro della poetica futurista, come dimostra il Manifesto dell’Arte meccanica futurista, di Pannaggi, Paladini e Prampolini (del 1922), un omaggio alla modernità nella sua più viva manifestazione: la macchina.

Forse sono queste forme meccanomorfe, dai colori vividi e dalle campiture nette, ad attrarre il giovane Korompay, che dimostra di aver appreso la lezione del nuovo manifesto dipingendo il suo celebre Rumore di locomotiva, la sua prima vera opera futurista.   Già nel titolo si palesa la potente sonorità di una locomotiva in movimento, campo sensoriale in cui Luigi Russolo era maestro, qui anestetizzata nell’agglomerato dinamico geometrico.

L’immagine è bipartita: sul primo piano, dove si sormontano non ben precisate ruote dentate e ingranaggi, si staglia un cielo con un sole scuro, cupo, che riprende la circolarità degli elementi in primo piano.

Al suo esordio Korompay ha modo di mostrare l’adesione formale alla poetica meccanica degli anni ’20 ma anche di emanciparsi dagli altri futuristi, indirizzando la propria pittura verso una più pacata osservazione della modernità, nel recupero di quella “stasi contemplativa” che i primi futuristi avevano cercato di distruggere con l’introduzione del dinamismo plastico.

È questo, come afferma M. Scudiero «un nuovo approccio estetico dove “l’essere moderni” non implica necessariamente l’azzeramento sistematico ed acritico del passato… Per Korompay la modernità era piuttosto il territorio della sintesi…»      .

La velocità e il dinamismo sono prerogative imprescindibili della macchina, non avverse a quella contemplazione che caratterizza Korompay, ma in attiva coesistenza. Sembra invece che con Korompay «il Futurismo, primo a distruggere la stasi contemplativa nell’azione, ci suggerisca in extremis la possibilità di una contemplazione del mondo moderno: sia pure di una sua superficie; che tuttavia, nel vagheggiamento creativo, può farsi spessore poetico»

Bolidi+strada, esposto per la prima volta alla XXIV Esposizione Opera Bevilacqua la Masa del 1933, è probabilmente l’opera simbolo della fusione di stili operata da Korompay, la combinazione del proprio personalissimo equilibrio cromatico, del dinamismo plastico tipicamente Boccioniano nonché delle velocità astratte di Balla.

Appare inevitabile il confronto con quel Rumore di locomotiva anteriore di ben dieci anni; la geometrizzazione, protagonista in quel caso, concede qui spazio anche a linearità più morbide “tradendo” per un momento l’inclinazione alla contemplazione.

Protagonista non è qui il congegno meccanico con la sua corazza metallica e i suoi smalti, bensì lo spirito stesso della macchina, la velocità, il risultato dell’addizione di bolidi e strada.

Se i bolidi divengono pura velocità, la strada, per propria natura immobile, contribuisce alla potenza dell’immagine diventando linea-forza. Non è certo disdegnata la più accademica delle prospettive centrali, né la leonardesca digressione cromatica dell’atmosfera, se entrambe concorrono alla realizzazione dei precetti del futurismo. Ognuna delle opere di questo periodo sembra, dal punto di vista formale, differenziarsi a tal punto dalle altre da chiedersi se siano o no dello stesso autore, anche a causa dell’assenza di termini di confronto. Accantonando ciò che è risaputo, ovvero il fatto che i futuristi fossero versatili sperimentatori, bisogna tenere conto della contingenza della distruzione del suo studio di Ferrara per un bombardamento nel 1944, che prima fra tutte ha reso arduo ricostruire il percorso artistico di Korompay e che ha contribuito, forse consistentemente, alla sua lenta rivalutazione negli anni a venire.

Ma il Futurismo di Korompay non è solo ‘velocità terrestre’. Gli anni Venti sono per l’Italia anni di conquiste e record aerei, da quello di velocità, a quello di altitudine e infine a quello della lunga distanza.

Se nel 1926 Fedele Azari, pilota e pittore, espone nella più importante vetrina veneziana Prospettive di volo, quello che Marinetti definirà il “primo esempio di un nuovo sguardo sulla Terra”, nel 1928 Mino Somenzi e Gerardo Dottori stenderanno il primo vero manifesto dell’aeropittura, mai pubblicato, integrato poi ne L’Aeropittura futurista, di un anno posteriore. Ci si potrebbe perdere nel citare tutte le anticipazioni e i prematuri esempi di pittura, scultura, poesia e persino teatro a tema aereo, ma ci limiteremo a questa essenziale infarinatura per comprendere le radici e le peculiarità dell’aeropittura di Korompay.

In altre parole Korompay non ha, di punto in bianco, abbandonato la ricerca meccanicistica per dedicarsi alla neonata aeropittura, né ha evoluto definitivamente il suo stile senza mai tornare a forme precedenti. Per questo, anche negli anni ’30, troveremo, oltre alle avvisaglie del suo lavoro futuro (un vero e proprio percorso parallelo sul filo dell’astrazione), elementi della sua prima poetica e persino opere apparentemente snodate da qualsiasi tendenza, magari suggestioni passeggere dovute alla visione del lavoro di altri artisti (per esempio quella Ballerina meccanica dal sapore metafisico surreale, o quel Fulmine sull’albero tanto espressionista da essere difficile associarlo a Korompay).

Le suggestioni aeree sfociano in risultati assai diversi fra loro, nell’ambito generale del “secondo futurismo” così come nella pittura di Korompay, il quale, ormai giunto alla maturazione artistica, oscilla fra il “dinamismo impressionista ingenuo” e quello “sintetico simultaneo”, per usare due delle possibili definizioni tematiche dell’Aeropittura coniate dallo stesso Marinetti.

Proprio margini dei quadri legati a questa tendenza s’intravedono rotori e parti di fusoliera, sineddochi di un velivolo celato che lascia ampio respiro ai paesaggi aerei e alle montagne in lontananza, tutto fuso nel turbinio delle pale, in un moto centripeto che vuole essere il nuovo dinamismo futurista che ora coinvolge e sconvolge cielo e terra, e li fa collidere. Il tocco personale di Korompay sta nella leggerezza della composizione, nella frammentazione armonica dei piani, in una calibrazione attenta delle masse tonali che si può perfino definire architettonica.

Le aeropitture di Korompay prenderanno le distanze dall’idealismo cosmico di Prampolini (ma di cui furono esponenti anche Oriani, Munari, Diulgheroff e Fillia) per attestarsi su quella tendenza più marcatamente documentaristica che incarna l’altra grande macro area espressiva dell’aeropittura.
Due sono i capolavori della ‘fase aeropittorica’ di Korompay, tanto degni di nota quanto dissimili fra loro, metafore di un bivio da cui si dipartono due percorsi, quello a noi noto e quello lasciato congelato allo stato di potenza. La prima è Aeroplano allo specchio del 1936 esposta per la prima volta alla XXII Biennale d’Arte di Venezia nel 1940; la seconda è Alta velocità, dipinta nel 1934 e presentata alla XXVII edizione dell’Opera del 1936.

Un cenno particolare meritano altre vicende creative di Korompay, come la scultura e gli allestimenti fieristici.

Quanto alla prima, va detto che seppur saltuaria, mostra in generale un nitore progettuale ben oltre il Futurismo, e semmai molto vicino alla visione costruttivista. Ma l’estremo rigore costruttivo qui dimostrato è diventato, per l’artista veneziano, un ostacolo, soprattutto se pensiamo all’intenso percorso d’astrazione portato avanti nel campo pittorico, e che certo avrebbe giovato, in originalità, in questo settore delle arti plastiche.

Passando agli allestimenti fieristici progettati da Korompay essi sono ampi e, coerentemente con i canoni futuristi, essenziali. Il gusto, come poi vedremo nei due progetti espositivi qui illustrati, è sicuramente d’impronta razionalista, ma al tempo stesso con una declinazione ‘illustrativa’ che si potrebbe definire un po’ ‘ruffiana’, nel senso che è accattivante e richiama l’attenzione a percorrere con lo sguardo le varie parti della composizione.

Ne sono un esempio il progetto per il “Corriere padano” e quello per il negozio MMM (Manifattura Maglierie Milano), dei quali si aggiungono anche due pagine di rivista con le foto degli allestimenti realizzati.

Il Korompay futurista ed aeropittore finisce qui, e si apre un’altra fase della sua vicenda artistica.