Opere

Gli Esordi

Allievo di Ettore Tito e Howard Leight all’Accademia di Belle Arti di Venezia, predilige agli esordi una pittura di matrice tradizionale (curioso sapere quanto Tito, figura di spicco nel panorama artistico locale, disprezzasse quel futurismo cui avrebbe aderito invece l’allievo, guadagnandosi l’appellativo di “bestia nera dei futuristi”). Non a caso alla XVII Esposizione Opera Bevilacqua la Masa del 1926 Korompay presenta due incisioni sin troppo classiche: Venezia vecchia e Campiello: “sin troppo classiche” se si pensa che Korompay si era arruolato nelle cosiddette “falangi del secondo Futurismo” sin dal suo primo incontro con Marinetti nel 1922, e che da allora erano passati già quattro anni. Il discorso tenuto dal fondatore del movimento deve essere stato stimolante e convincente, considerando che l’adesione di Korompay, appena diciottenne, al Futurismo avviene in controtendenza rispetto al clima del nascente Gruppo di Novecento, destinato a diventare presto espressione artistica dominante del ventennio.

Oltre alla sensibilità cromo-luministica, Korompay si distingue sin dalle prime opere giovanili per uno spiccato senso del numero, del ritmo matematico, retaggio di studi tecnici da cui apprese elementi di matematica e chimica. Particolarmente rappresentativi di questo precoce figurare sono i lavori intitolati Dinamismo di scheletro, in cui si ritrovano, appunto, i semi della sintesi geometrica e della sensibilità cromatica tipici del maestro veneziano.