Opere

Il dopoguerra. La stagione astratta

…vi sono degli elementi che hanno colpito il pittore e che egli, su una base razionale, rielabora imponendo loro un ordine  che è frutto di un autentico esprit de géométrie

Luigi Lambertini

È stato scritto, a proposito di Korompay, di “etichette” che non devono, per correttezza di cronaca, costringere un artista alle limitazioni di un’appartenenza non più sentita. Molto spesso si assiste quindi ad una vera e propria “omertà” della critica d’arte che talvolta, per pigrizia, decide di non approfondire aspetti scomodi o informazioni difficili da reperire. Il nostro Korompay non viene risparmiato, tanto più se teniamo conto della sua salda fede futurista che lo ha privato, negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, di un giusto riconoscimento all’interno del circolo dell’arte italiana.

Il suo estremo individualismo lo ha portato a non avvicinarsi a nessun gruppo italiano né a nessuna tendenza in particolare tant’è che, stando alle parole di Umbro Apollonio, «mancò l’appuntamento con i movimenti materici, gestuali, informali e così via; persino venne meno alla precettistica del geometrismo, dato che in lui le forme, mai astratte, conservano un valore semantico ben rilevato rispetto alla loro origine». Saldo ai suoi principi e alla sua fedeltà (romantica o cocciuta, forse entrambe) al Futurismo che lo aveva svezzato, rinuncia ad una gloria senza compromessi tra le fila dei geometrici lombardi. È il 13 marzo 1954 quando la brigata “Amici dell’Arte” di Macerata, in collaborazione con l’Art Club di Roma, organizza nella sede del gruppo maceratese la Prima Mostra Nazionale di Arte Astratta che si protrarrà fino al 28 Marzo 1954.

L’evento è una ventata di novità e la grande affluenza di pubblico, nonché la risonanza nell’ambiente artistico nazionale, lo conferma. Le sessantanove opere esposte hanno l’arduo compito di difendere e promuovere il nuovo fronte dell’arte non figurativa in Italia, precedentemente osteggiata, nel suo timido germogliare, in varie parti d’Europa; quella che in Germania era stata definita “arte degenerata” ha ora modo di legittimarsi e valorizzare la libera espressione dell’artista (svincolato dal suo atavico referente: la natura).

Assieme a Korompay espongono altri trentasei artisti, fra cui Carla Accardi, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Ettore Colla, Piero Dorazio, Osvaldo Licini, Arnaldo e Gio Pomodoro, Giuseppe Santomaso, Wladimiro Tulli, Giulio Turcato e i compagni di strada Gerardo Dottori, Umberto Peschi ed Enrico Prampolini; fanno parte del comitato d’onore personalità del calibro di Pablo Picasso, Gino Severini, Filippo de Pisis, Giorgio de Chirico.

L’artista lagunare espone, forse provocatoriamente, una Venezia, che la critica ha letto come un consapevole e ostentato allontanamento dalle file dell’avanguardia marinettiana (ormai stremata, comunque, dopo quarant’anni di alti e bassi, e privata del vigore che solo il suo creatore, scomparso dieci anni prima, poteva infondergli). Non partecipano, o non vengono invitati, altri due grandi dell’astrattismo geometrico, i comaschi Manlio Rho o Mario Radice, non troppo distanti dal nostro Korompay per quanto riguarda la forma; li avvicina un comune senso del colore in aperto dialogo con la luce e l’accostamento meticoloso e armonioso delle forme. Ad allontanarli, oltre ovviamente alla “negazione dell’oggetto”, un calore maggiore nelle cromie degli artisti del Milione e un loro disinvolto utilizzo del cloisonnisme, mai sperimentato, nelle proprie composizioni, dal nostro pittore.

Nelle Venezie come nelle Architetture, poi, c’è un indescrivibile senso di “gravità”: non so come succeda ma, diversamente da quando ci si trova di fronte ad un’opera dichiaratamente astratta, nella realtà desunta da Korompay si ha sempre la sensazione di sapere dove sono l’alto e il basso.

Dopo questa partecipazione Korompay è, volente o nolente, un astrattista, non solo per la critica specializzata, che lo ha eletto a tal rango, ma per il pubblico, più concreto e meno portato alle disquisizioni artistiche e alle finezze teoriche di un pittore che si dichiara futurista in un tempo in cui il Futurismo agonizzante è ancora visto con sospetto (accomunato senza troppi riguardi al Ventennio), e che dipinge forme palesemente astratte dichiarandone, però, l’assoluta corrispondenza  con la natura. Da qui l’origine del citato malinteso che si è protratto e, anzi, alimentato, fin oltre gli anni ’80, mentre pochi temerari (M. Calvesi primo fra tutti) tentavano di reinserire Korompay nella sua giusta orbita.  Non di Futurismo o di Astrattismo bisogna parlare, dunque, ma di isolamento e individualismo: Korompay non si è mai adagiato entro i solchi già delineati di una tendenza in particolare, ma ha preferito analizzare le suggestioni di questo e di quel gruppo per trarne le proprie personalissime conclusioni.

Del primo Futurismo ha preso l’intimità dell’energia vitale e il profondo legame fra Arte e vita-natura, dal Cubismo la lucida sintesi mentale, dall’aeropittura il filtro atmosferico del colore, dagli astrattismi il rigore architettonico della composizione e l’essenzialità della linea. Ne è risultata una pittura “ridotta ai minimi termini”, che trova nel colore il perfetto equilibrio di ragione e sentimento; un’atmosfera sospesa, un mondo governato da leggi proprie che possiamo apprezzare solo nella placida quiete della contemplazione (almeno se di questo mondo vogliamo sentire il profondo pulsare).

E tutto questo è il Korompay astratto. Questa la modalità portata avanti sino alla sua morte.