Opere

Non solo Futurismo.Le ricerche collaterali.

A ben guardare, la distanza di neo-futuristi come Korompay dalla modernità più solennemente pronunciata della Metafisica, di Valori Plastici e infine di Novecento, non era poi così abissale…

Franco Solmi

Parallelamente alla ricerca nel campo dell’Aeropittura futurista, le cui modalità espressive, nel periodo di contatto col Gruppo Savarè di Monselice, furono talvolta vincolate a fini propagandistici, Korompay evolve un filone creativo caratterizzato da suggestioni surreali-metafisiche in cui la figurazione, pur presente, mostra un principio di estrema sintesi, che sfocerà negli anni a venire nel lirico geometrismo che abbiamo imparato a riconoscere come cifra stilistica tipica dell’artista.

Coerentemente con la figura di “artista informato”, Korompay si è sempre dimostrato ricettivo nei confronti delle avanguardie estere, tant’è che molti suoi lavori giovanili mostrano l’inconfondibile cifra sia del dinamismo futurista del Balla futurista sia del cubismo orfico di Delaunay, le cui scomposizioni geometriche prendevano le distanze dal cubismo storico, per un maggiore lirismo ed un utilizzo disinvolto di un’ampia tavolozza di colori. Korompay, dal canto suo, non è ancora giunto a tale livello di sintesi, ma basta un rapido confronto fra una Venezia di Korompay e una Tour Eiffel di Delaunay (per altro entrambe facenti parte di una lunga serie di omonime produzioni) per capire come l’artista veneziano avesse volto lo sguardo all’esperienza artistica francese.

Al suo arrivo a Ferrara Korompay può respirare un’aria diversa; vent’anni prima del suo arrivo (parliamo del 1917), la città estense era stata teatro della nascita della pittura metafisica, un nuovo tipo di figurazione sviluppato, nel contesto di un ospedale militare, da Giorgio de Chirico e dall’ex futurista Carlo Carrà.  Proprio le suggestioni derivanti degli orrori della prima guerra mondiale, a cui i due artisti avevano partecipato, avevano gettato le basi per un linguaggio formale fatto di paesaggi stranianti dalle prospettive sfalsate e dai punti di fuga multipli, scenari abitati da inquietanti manichini e statue classicheggianti; luoghi in cui l’osservatore, faticando a trovare un equilibrio visivo, “rivive” la stressante e alienante condizione della guerra.

Korompay non rimane indifferente al mondo enigmatico della metafisica (pur condannando, anni più tardi, nel catalogo della mostra bolognese del ’51, la “non socialità” dei cavalli di De Chirico), al punto di emularlo in alcuni suoi lavori grafici.

L’isola di Capri, poi, sin dalla seconda metà degli anni Dieci, riesce ad ammaliare anche i più infervorati animi futuristi. Nonostante Marinetti abbia tentato di sbeffeggiarne l’aura di snobismo intellettuale attraverso il romanzo erotico-sociale “L’isola dei baci”, scritto a quattro mani con Bruno Corra nel 1918, la bella Capri conquista non solo lui, il “nemico del chiaro di luna” (proprio l’autore di “Mafarka il Futurista” avrebbe contribuito alla creazione, attorno al 1926, della celebre insalata Caprese), ma anche un gran numero di futuristi di primo piano. Depero è il primo a sbarcarvi, nel 1917, seguito nel ’22 da Cangiullo e dallo stesso Marinetti. Prampolini non fa eccezione e nell’isola delle sirene tiene, nel 1922, una straordinaria personale con ben quaranta opere, a cui l’allora sindaco di Capri, Edwin Cerio, riconosce il merito di aver finalmente rivoluzionato la tipica e macilenta figurazione dell’oasi partenopea, arrivando a dichiarare «che egli ha sferrato un poderoso pugno nell’occhio di chi vede Capri solamente nelle vetrine delle nostre botteghe di pittura».

Sono i paesaggi e le sintesi capresi della seconda metà degli anni ‘30, fortemente geometrizzati, a rivelare le intime tangenze con l’isola di Korompay. Anche il pittore veneziano si abbandona a rigeneranti villeggiature sull’isola assieme alla moglie Magda o con l’amico aeropoeta Ugo Veronesi, e la sua pittura, al pari del lavoro di Prampolini, ne è contaminata.

Molte delle Capri di Korompay mostrano un impianto cubista comunque meno rigido di quello di Prampolini, altre sono chiaro presagio del futuro percorso astrattista operato dal pittore veneziano.

È di sapore surrealista una china acquerellata, Paesaggio sintetico di Capri, in cui l’impianto dell’immagine è ancora nettamente figurativo, pur mostrando elementi lievemente surreali ed in netto contrasto con la componente futurista del titolo, “sintesi” appunto, usata in questo caso impropriamente. Si può accettare il termine se consideriamo che gli elementi presenti (il ramo innaturalmente contorto, la scalinata nella roccia, il mare increspato, una pergola evanescente ad incorniciare la composizione, la scogliera in lontananza) sembrano rappresentare l’essenza del paesaggio raffigurato. “Sintesi”, quindi, potrebbe essere inteso come serie di elementi tipici caratterizzanti del soggetto colti in una rapida riproduzione grafica.

Il gruppo delle opere definite “collaterali” si estende poi ad una serie di suggestioni surrealiste che coesistono con la coeva produzione futurista; in questi lavori paesaggio e natura sono come contorti, piegati ad una visione che va oltre quella reale. Si possono ricordare Atmosfera marina, del 1938, Ossessione, dello stesso periodo, e Fulmine sull’albero dei primi anni Quaranta: muti rappresentanti simbolici di un mondo travolto dalla guerra.

E infine la Ballerina meccanica, ma forse piuttosto metafisica, del 1940, inserita su di un fondale che è già in un contesto proto-astratto, a conferma della visione panoramica di Korompay che in quel momento si muove su di un vasto orizzonte creativo.